Alice nel paese della Marranella


13.5.13



A volte, nonostante tutto, mi sembra che ci sia una città possibile.  Una città che dia risposte alle persone, che sia fatta "per" e "con" loro.  Sabato scorso per esempio.

Il tema della città mi sta molto a cuore. Mi considero una persona urbana, una persona che sa vivere solo nella città perché mi nutre, mi stimola e perché mi consente di rapportarmi con un universo di persone diverso da me.  Perciò la città mi è cara, e perciò mi ferisce vederla deperire, vederla abbandonata a se stessa. 

Sabato scorso un pezzo di essa ha ripreso a vivere, o meglio, ha voluto mostrare la vita che cresce di nascosto dentro i suoi portoni di legno.  Via della Marranella, la storica via del degrado, dello spaccio e della delinquenza romana ha voluto mostrare la sua faccia rinnovata, una faccia multicolore piena di piccole realtà artistiche, di piccoli artigiani della poesia. 

Alice nel paese della Marranella era il titolo di una manifestazione che ha cercato di coinvolgere molte delle piccole realtà artistiche e artigianali che vivono nel quartiere più multietnico di Roma:  Torpignattara-Pigneto.  Un quartiere pieno di contrasti, dove il degrado urbano e la mancanza di spazi idonei sono alla base di infinite proteste, ma anche un paese delle meraviglie per la ricchezza e la varietà dei suoi abitanti.

In questa occasione ha preso vita uno degli spazi più desolati, credo, delle periferie romane; uno degli interventi urbani degli ultimi anni che dimostrano come la politica di questo paese non ha ancora capito che la crescita comincia dalla valorizzazione di un territorio, che la città stessa ha un alto valore di trasformazione dei suoi cittadini, che interventi urbani che mirano ad offrire servizi e spazi  creano meccanismi virtuosi nelle persone che restituiscono in urbanità e legalità ciò che la città gli ha offerto.  E invece.  Ciò che conta è che non ci sono soldi per realizzare interventi urbani decenti.  O almeno così dicono. 

Questo spazio è Largo Perestrello, un parcheggio sotterraneo e un intero isolato pavimentato.  E basta.  Non un albero, non una panchina. In un angolo due altalene e nell'angolo opposto due cavallucci, come se questo bastasse per creare uno spazio per i bambini. 

Almeno sabato scorso è diventato un pochino di ciò che dovrebbe essere:  uno spazio per i cittadini, grazie al Cemea di mezzogiorno, associazione che da molti anni lavora su questo territorio con i bambini, con gli immigranti, con quella fetta "debole" della cittadinanza che non ha voce in un contesto  selvaggio e alla quale invece vengono date risposte in un contesto civile.  Hanno allestito con materiali di recupero panchine, giochi e laboratori, una piscina per far navigare barchette costruite dai bambini, un percorso ludico di equilibrio e tanti altri giochi, creando dal niente arredi urbani in grado di dare vita a uno spazio che non ha vita. 










Italo Calvino finisce uno dei suoi scritti più belli, "Le città invisibili" con questa frase: 

"L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.  Due modi ci sono per non soffrirne.  Il primo riesce facile a molti:  accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.  Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui:  cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio."

Cerco con fatica di far parte del secondo gruppo.  Sabato scorso per esempio.





8 commenti:

  1. Che bel post! Anch'io farei parte del secondo gruppo, ma è proprio vero che il non accettare e il non adeguarsi è più rischioso e porta sofferenza, oltre a fare sentire impotenti. A volte mi chiedo come possa essere che la gente sia cieca sia al degrado, sia alla bellezza...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. sia al degrado sia alla bellezza... infatti è così... ma non c'è niente di più facile che non vedere o non voler vedere, purtroppo.

      Elimina
  2. bellissima la frase di calvino, non me la ricordavo.
    anch'io sono molto legata alla Città, all'urbanità, per quanto spesso diventi luogo di degrado e ingiustizia sociale. ma la molteplicità e la varietà degli abitanti sono ricchezze immense, che in situazioni come quella che hai raccontato tu si dimostrano risorse da ascoltare. sono perfettamente d'accordo poi sul fatto che uno spazio migliore rende gli uomini migliori... ma è un concetto troppo lontano da interessi economici per essere accolto...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. ... ci sono alcuni pezzi di letteratura che ti rimangono impresi indelebilmente. Uno è questo.

      Elimina
  3. molto interessante..sempre a roma esiste un"associazione che si chiama Walls che cerca di risolvere il problema del degrado urbano tramite murales e opere artistiche atte ad abbellire anche dal punto visivo, zone esposte al degrado urbano come sottopassi o zone in periferia. Bello, vero? Io adoro i murales!!!!! Sul loro sito puoi vedere alcuni dei loro interventi di riqualificazione. Ciaooooo Ka & Nat

    RispondiElimina
    Risposte
    1. che bella idea quella di quest'associazione!

      Elimina
  4. a vedi... riconosco diversi murales, come quelli del reparto di pediatria del policlinico di Roma, e la facciata del edificio della asl sulla prenestina, però non sapevo che erano loro... bella scoperta!

    RispondiElimina
  5. Grazie per essere passata da me! Questo blog è davvero interessante...adesso ci faccio un giretto! Buona giornata

    RispondiElimina