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Per fare un acquedotto ci vuole... 3/3


26.6.15

Questo post è la conclusione del racconto del laboratorio per bambini della scuola materna di 4 e 5 anni  sugli acquedotti romani.  Ci è voluto un po' per scriverlo, ma mi ero promessa che entro la fine di quest'anno scolastico lo avrei fatto... e come vedete sono riuscita a mantenere l'impegno! (a pochi giorni dalla chiusura della scuola, ma comunque ce l'ho fatta no?).  In compenso questa volta lo accompagno con le immagini di ciò che è stato.

Ringrazio le maestre Anna, Patrizia, Loredana, Daniela, Tiziana e Anna Ricci per il supporto, la fiducia e per darci l'ocassione di condividere i nostri saperi con i bambini.


Per fare un acquedotto ci vuole... 2/3


30.4.15

E' da un po' che dovevo scrivere la continuazione del racconto sui laboratori che ho condotto nella scuola dell'infanzia dei miei figli.  Un po' per le vacanze di Pasqua, febbri varie (tra cui anche la mia che mi ha tenuto cinque giorni a letto),  lavoro arretrato e un po' per alcuni aspetti logistici (come le foto scattate delle maestre, di cui, purtroppo, ancora oggi  non sono in possesso) ho duvuto rimandare.  Oggi continueremo a parlare della seconda parte del laboratorio:  L'arco.   La prima parte la trovate qui.

Per fare un acquedotto ci vuole ... (1/3)


9.3.15



Quest'anno la scuola dell'infanzia dei miei figli ha deciso di ispirarsi al tema degli antichi romani per sviluppare le attività didattiche e ludiche dei bambini.  Una cosa da poco!... un tema vastissimo che è servito da spunto per sviluppare  letture, giochi, attività manuali e  perfino i travestimenti di carnevale!.  

In questa cornice così entusiasmante le maestre avevano chiesto il mio aiuto (non so come hanno saputo della mia passione per i plastici) per costruire un plastico degli acquedotti romani.  Ovviamente la loro idea era quella di introdurre il tema dell'architettura degli antichi romani, proponendola come sceneggiatura, come suggestione spaziale dove inserire le storie, i personaggi, i racconti che gli hanno accompaganti nell' arco di tutto l'anno.

Siccome complicare le cose è una delle mie specialità, mi sono offerta sì, per aiutarle nella costruzione del plastico, ma ho voluto tentare la rischiosa impresa di approfondire l'argomento (stiamo parlando di bambini di 4 e 5 anni!) e portarlo invece alla realizzazione di un laboratorio.  In seguito sarebbero diventati TRE!

Piccoli Matisse


25.9.12



La più grande difficoltà dell'essere straniera è sicuramente quella di avere lontani i miei cari.  Per mamma e papà ancora di più perchè le due figlie sono in posti diversi, dall'altra parte dell'Atlantico:  Italia e Danimarca.  Il vantaggio, per me, è che ho sempre una casa a disposizione a Copenhagen, città che adoro.


oro al think tank!


4.9.12









Si torna a casa... dopo una lunga vacanza si rientra a studio freschi e ricaricati... e anche se in  apparenza lontana dai temi legati a Kid's modulor, faccio una parentesi per ripartire con una notizia interessante... l'assegnazione del leone d'Oro della Biennale di Architettura di Venezia all'installazione "Torre de David", del gruppo Urban-Think Tank (Alfredo Brillembourg e Hubert Klumpner) fotografie di  Iwan Baan e curata da  Justin McGuirk.  La notizia poi mi tocca direttamente perchè si tratta di una installazione su Caracas (la mia città). 
L’allestimento Gran Horizonte è un vero e proprio bar. Funzionante. La storia, arrivata sull’importante palcoscenico della Biennale Architettura di Venezia, è nota: Torre David, un grattacielo di 45 piani mai terminato nel centro di Caracas, è stato trasformato dall’occupazione legale di 750 famiglie.
Urban-Think Tank ha studiato e documentato, attraverso le immagini del fotografo olandese e alcuni video, questa storia straordinaria. Un modello potenziale per comunità informali verticali. Un esempio di organizzazione e sviluppo dal basso. La dimostrazione di come il futuro dello sviluppo urbano stia nella collaborazione tra architetti, imprese private e la popolazione.
Il direttore David Chipperfield con questo invito ha voluto affermare con forza uno dei principi più importanti della sua Mostra: l’architettura è un fatto sociale, che nasce da istanze reali. Portando il bar alle Corderie si è voluto restituire l’idea di occupazione di uno spazio (dinamica ricorrente a questa biennale) con una funzione vitale e aggregante.

Ma a prescindere dal mio intimo legame con questo progetto quello che mi sembra più interessante è un'altro fatto:  E' quello di premiare un'architettura che non c'è, un'architettura mancata.  L'altro riconoscimento:  leone d'oro al padiglione del Giappone con il progetto "Home-for-All" curato dall'arch. Toyo-ito con la collaborazione di Kumiko Inui, Sou Fujimoto e Akihisa Hirata e il fotografo Naoya Hatakeyama, che prende vita dalla macerie delle città spazzate via subito dopo il terremoto-tsunami giapponese del 2011 coinvolgiendo gli architetti, designer e artigiani della zona in un'aperta discussione, parla infatti della stessa cosa:  è lo sguardo diretto verso il vuoto, là dove l'architettura irrinunciabilmente SERVE.  Sembra che Chipperfield voglia ridare all'architettura la sua qualità "dignificatoria" in quanto è capace di generare una trasformazione sociale da uno stato di degrado generale.  Quindi non più un'architettura della "rappresentazione", dell'esaltazione formale e tecnologica, ma "al servizio dell'umano".
I due progetti, in effetti, hanno numerose cose in comune:  parlano dell'urgenza di un'architettura e si attivano in forme simili per soccorrere l'emergenza:  ascoltare gli abitanti del luogo in primo piano e proporre soluzioni che tengano conto dei reali bisogni delle persone.  Ci propongono la figura di un'architetto a portata di mano, di un professionista che dialoga con le persone in senso orizzontale, e dove il "cliente" non è più una figura individuale ma una comunità.  E sembra che infine arrivano più o meno alla stessa soluzione:  lo spazio comune, il luogo di aggregazione dove la collaborazione tra le persone diventa lo strumento indispensabile per la costruzione di una speranza.
Una nota interessante:  A maggio del 2011, subito dopo il disastro nel Giappone, Toyo-ito e il gruppo di architetti che lavoravano alla ricostruzione lanciò un appello pubblico diretto agli "architetti, studenti di architettura e bambini" per proporre soluzioni per la "House-for-all".  Sono stati loro, i bambini del luogo, a dare un importante contributo nelle progettazione di queste case per tutti.  Sul argomento è interessante l'intervista a Toyo Ito pubblicata sulla rivista Domus. Vi consiglio vivamente la lettura!.